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ADI e SFL, un sostengo o lavoro sottopagato?

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Tra sostegno sociale e obblighi, il sistema italiano si allontana dal concetto di reddito universale

di Simone rivarola03 maggio 2026Inchieste5 min

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C’è una parola che negli ultimi anni è entrata nel dibattito pubblico con una forza quasi simbolica, ed è “reddito universale”

Il problema è che in Italia questa parola non descrive la realtà

Quello che esiste oggi non è un reddito universale, ma un sistema composto da due strumenti principali, l’Assegno di Inclusione e il Supporto per la Formazione e il Lavoro, che funzionano secondo logiche completamente diverse rispetto a quelle dell’UBI

Il reddito universale, quello teorico, ha caratteristiche precise: è individuale, incondizionato, automatico e sufficiente a garantire una vita dignitosa. Non richiede ISEE, non obbliga a lavorare, non impone percorsi, non distingue tra categorie di persone

Il sistema italiano, invece, fa esattamente l’opposto

L’Assegno di Inclusione è destinato solo a determinati nuclei familiari, richiede requisiti economici precisi e soprattutto impone un percorso di attivazione sociale e lavorativa. Il Supporto per la Formazione e il Lavoro è ancora più vincolante, perché eroga 500 euro al mese solo a chi partecipa attivamente a formazione, progetti o politiche attive

Nel 2025, secondo i dati INPS, l’ADI ha coinvolto circa 936 mila nuclei e 2,2 milioni di persone, con un importo medio di 685 euro al mese. Lo SFL ha avuto circa 228 mila beneficiari, con forte concentrazione nel Sud. Numeri importanti, ma che raccontano un sistema selettivo, non universale

Ed è proprio qui che nasce la prima falla

Chiamare queste misure “reddito universale” crea confusione, perché sposta il dibattito su qualcosa che in realtà non esiste, coprendo la natura reale del sistema, che è quella di un reddito condizionato

Ma il nodo più delicato emerge quando si entra nei meccanismi operativi

I Progetti Utili alla Collettività, i cosiddetti PUC, rappresentano il punto più critico

La norma prevede che possano diventare obbligatori per i beneficiari e che consistano in attività gratuite tra le 8 e le 16 ore settimanali. Formalmente non sono lavoro, non sono retribuiti e non devono sostituire personale dipendente

Ma proprio questa precisazione apre il problema

Se la legge deve specificare che non devono sostituire lavoro, significa che il rischio esiste

E se nella pratica questi progetti vengono utilizzati per coprire attività ordinarie, servizi pubblici o carenze di organico, allora il confine si sposta pericolosamente

Perché a quel punto non si parla più di inclusione sociale, ma di lavoro gratuito vincolato al mantenimento del sussidio

Il beneficiario non partecipa in condizioni libere, partecipa perché rischia di perdere il sostegno economico

Ed è qui che emerge la seconda vulnerabilità

Il sistema SIISL crea una vera e propria filiera organizzata che collega il cittadino a centri per l’impiego, agenzie per il lavoro, enti formativi e datori di lavoro. Il beneficiario deve autorizzare la circolazione dei propri dati e inserirsi in un percorso che lo porta dentro un sistema di attivazione strutturato

Non è di per sé illegittimo, ma è un sistema che trasforma la fragilità economica in una risorsa amministrata Una forza lavoro disponibile, tracciata e indirizzata

La terza falla riguarda gli incentivi Lo Stato riconosce fino a 8.000 euro annui ai datori di lavoro che assumono beneficiari ADI a tempo indeterminato, e fino a 4.000 per contratti a termine o stagionali. Anche le agenzie per il lavoro possono ottenere una quota di questi incentivi

In teoria è uno strumento per favorire l’occupazione

In pratica, se non controllato, può diventare un circuito in cui tutti guadagnano qualcosa tranne il lavoratore, che resta nella posizione più debole, spinto ad accettare condizioni non sempre favorevoli Perché qui entra in gioco un altro elemento decisivo

L’obbligo di accettare offerte considerate “congrue”

Un beneficiario può essere chiamato ad accettare lavori anche lontani, purché rispettino alcuni parametri minimi. Il problema non è la norma in sé, ma il contesto

Se rifiuti rischi di perdere il sostegno

E quando il sostegno è l’unica fonte di reddito, la libertà di scelta diventa teorica

Si accetta non perché conviene, ma perché non si può fare altrimenti Infine c’è un ultimo punto, forse il più politico di tutti

Il sistema distingue tra categorie di poveri

Chi rientra nei requisiti dell’ADI viene considerato fragile e protetto, chi invece è classificato come “occupabile” viene spinto verso lo SFL, che è temporaneo, condizionato e meno tutelante

Non conta solo se sei povero Conta che tipo di povero sei Ed è qui che il sistema cambia natura Non è più solo un sostegno, diventa un meccanismo di selezione e attivazione Alla fine, la contraddizione è chiara Il reddito universale, quello vero, dovrebbe aumentare la libertà delle persone

Il sistema italiano, invece, lega il sostegno a obblighi, controlli, piattaforme e percorsi

E il punto più critico resta sempre lo stesso

I PUC Formalmente non sono lavoro ma producono attività sono gratuiti ma possono essere obbligatori

Se nella pratica coprono servizi che dovrebbero essere svolti da lavoratori retribuiti, allora non siamo davanti a inclusione sociale Siamo davanti a una forma di lavoro povero amministrato

E forse è proprio qui che si apre la linea d’inchiesta più forte

Non su un reddito universale che in Italia non esiste

Ma su come il racconto delle misure di sostegno, venga utilizzato per descrivere un sistema che, nei fatti, funziona in modo molto diverso..più vicino al caporalato probabilmente

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