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Non chiamatela fatalità troppo in fretta: quando la tragedia attraversa il sistema sanitario

Non chiamatela fatalità troppo in fretta: quando la tragedia attraversa il sistema sanitario

Non chiamatela fatalità troppo in fretta: quando la tragedia attraversa il sistema sanitario

Due casi recenti mostrano come una tragedia possa nascere non da un singolo errore, ma da una catena di passaggi dentro il sistema sanitario

di Simone rivarola28 aprile 2026Sanità5 min

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In Italia l’emergenza sanitaria ha una caratteristica particolare che si vede poco nei documenti ufficiali e molto nelle storie reali: sulla carta è una rete, nella vita concreta a volte sembra un percorso a tappe, dove ogni passaggio dipende da quello precedente e dove il tempo non è mai neutro Quando in mezzo ci sono bambini molto piccoli, questa differenza smette di essere teorica e diventa una questione che non può più essere ignorata Nel dicembre 2023, nell’area di Napoli, una bambina di tre mesi viene portata dai genitori in ospedale perché respira male. Secondo quanto riportato dalla stampa, la piccola presentava un quadro compatibile con una bronchiolite o comunque con un problema respiratorio importante. La famiglia si rivolge alla struttura più vicina, l’ospedale di Boscotrecase, ma lì il pronto soccorso non è operativo A quel punto inizia un secondo passaggio, quello verso un altro ospedale, a Castellammare di Stabia. È una corsa che non basta. La bambina muore poco dopo. La Procura di Torre Annunziata apre un fascicolo e iscrive due pediatri nel registro degli indagati, un atto che serve a consentire gli accertamenti e che non equivale a una responsabilità accertata Saranno le indagini a chiarire se la piccola dovesse essere ricoverata prima, se ci siano stati ritardi nei soccorsi e se la gestione complessiva abbia funzionato come avrebbe dovuto. Ma già ora il caso pone una questione che non riguarda solo una diagnosi o una scelta clinica Quando un genitore arriva con una bambina di tre mesi che respira male e scopre che il pronto soccorso più vicino non è disponibile, il problema non è più soltanto sanitario. Diventa organizzativo, territoriale, amministrativo. L’emergenza, per definizione, non prende appuntamento e non dovrebbe dipendere dalla fortuna di trovare aperta la porta giusta al primo tentativo Nel marzo 2026, a Rimini, si presenta un quadro diverso ma altrettanto delicato. Una bambina di quattro anni viene portata al pronto soccorso pediatrico con febbre alta e persistente. Secondo le ricostruzioni disponibili, viene visitata, stabilizzata e dimessa con terapia Nelle ore successive la situazione peggiora rapidamente. La bambina viene riportata in ospedale all’alba, ma muore nonostante i tentativi di rianimazione. Anche in questo caso la Procura apre un fascicolo per omicidio colposo in ambito sanitario e viene iscritto nel registro degli indagati un medico specializzando. Anche qui si tratta di un atto tecnico, necessario per svolgere accertamenti e autopsia, e non di una responsabilità già stabilita Se nel primo caso il punto critico è una porta che non si apre, qui la porta si apre, il sistema c’è, visita, valuta e decide che la bambina può tornare a casa. Ed è proprio questo a rendere il secondo caso ancora più complesso da raccontare senza scorciatoie Quando una bambina torna poche ore dopo in condizioni disperate, la domanda pubblica non può essere liquidata con una formula generica. Non si tratta di dire che c’è stato un errore prima che lo stabiliscano gli accertamenti, ma di interrogarsi su come funziona la gestione di questi passaggi Quali criteri regolano le dimissioni pediatriche in presenza di sintomi persistenti Quali indicazioni vengono date alle famiglie per riconoscere un peggioramento Quali margini esistono per una rivalutazione rapida quando la situazione cambia Sono domande tecniche, ma hanno un impatto profondamente umano, perché si collocano nel momento più fragile di tutti, quello in cui una famiglia deve decidere se fidarsi della dimissione o preoccuparsi oltre I due casi sono diversi, ma messi insieme raccontano qualcosa che va oltre la singola vicenda. Non parlano solo di responsabilità individuali, che spettano alla magistratura, ma del modo in cui il sistema sanitario gestisce la continuità della presa in carico Nel primo caso il passaggio tra strutture nel secondo il passaggio tra visita e ritorno a casa In entrambi i casi, il cittadino non percepisce compartimenti separati, non distingue tra competenze, turni, protocolli o livelli di responsabilità. Per chi entra nel sistema esiste una sola cosa: un servizio pubblico che dovrebbe funzionare in modo continuo È qui che il tono può diventare inevitabilmente tragicomico, ma solo quando si parla del sistema e non delle tragedie Perché è difficile non vedere un paradosso in un’organizzazione che, dopo eventi di questo tipo, utilizza sempre la stessa formula “sono in corso accertamenti” Una frase necessaria, corretta, ma che nel tempo ha assunto un effetto quasi anestetico, come se fosse diventata l’ultima casella di un percorso che per le famiglie si è già concluso nel modo peggiore possibile Le Procure stabiliranno se ci sono responsabilità individuali e in quale misura. Ma accanto a quel lavoro esiste una domanda diversa, meno processuale e più pubblica Quante volte il sistema si regge sull’idea che ogni caso sia isolato, mentre per chi lo vive si tratta sempre dello stesso percorso che cambia solo nei dettagli E soprattutto quando si parla di emergenza pediatrica, quanto pesa davvero il fattore tempo, il luogo, la struttura disponibile e la decisione presa in quel momento preciso Perché se la risposta cambia da ospedale a ospedale o da turno a turno, allora il problema non è solo clinico È organizzativo .. è Strutturale!

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